Alcuni giorni or sono, nello stesso giorno, al CERN di Ginevra è stata annunciata la scoperta di un nuovo tipo di particella chiamata “pentaquark”. Nello stesso momento, a svariati miliardi di chilometri di distanza, la sonda New Horizons ci inviava immagini sorprendentemente nitide di Plutone, l’ultimo sperduto pianeta del sistema solare.
Puntuali come svizzeri, in queste occasioni spuntano fuori come funghi i commentatori del web, quelli il cui parere, come dice giustamente Umberto Eco, un tempo restava confinato alle pareti del bar. Normalmente privi di qualunque competenza scientifica, sentono tuttavia prepotente il dovere di manifestare per iscritto il loro dotto parere per chiedersi che senso abbia spendere tempo, risorse umane e denaro per la ricerca di una particella invisibile, rarissima e effimera, o per scattare fotografie di una disabitata palla di pietra distante più 4 miliardi di chilometri.
Lo fanno con quella leggera saccenteria tipica degli ignoranti inconsapevoli di esserlo (perché non sapere di essere ignoranti è la caratteristica principe degli ignoranti moderni), sottolineando che i problemi del genere umano sono ben altri, e che le foto di 4 sassi non cambieranno certo le nostre vite, e che bisognerebbe invece spendere tempo e denaro per cose più importanti.
Ad esempio proprio ieri leggevo un intervento che recitava: “per quanto riguarda la prima volta di un Apollo nello spazio, a parte quel primo passo umano sul terreno lunare e la voce di Tito Stagno, cosa ha dato a noi umanità, quel dispendioso seppure audacissimo viaggio sul nostro satellite? Tutti i minerali raccolti su quella superficie immobile e secca di quale utilità ci sono stati?”.
 E ti cascano le braccia. E allora vorresti loro spiegare cose che ingenuamente supponi debbano appartenere al bagaglio delle conoscenze di base di ciascuno, indipendentemente dal livello di istruzione, così come il fatto che se ti attacchi con la lingua alla 220 rischi la vita. Vorresti ricordare che la ricerca è fondamentale per qualunque tipo di sviluppo tecnologico, e che le ricadute pratiche della ricerca di base ci sono sempre, anche se impreviste e imprevedibili. E fai l’esempio del web, inventato per studiare le particelle, o la microelettronica, inventata per andare sulla luna, o il laser, il computer, la TAC, la PET, la risonanza magnetica, il GPS, i raggi X, le fibre ottiche e gli innumerevoli altri “gadget” tutti figli della ricerca “inutile”, quella per la quale non si vede, nel momento in cui viene fatta, alcuna possible ricaduta pratica. Pensi, ingenuamente, che in un mondo in cui i benefici della scienza si toccano con mano tutti i giorni, e dei quali non potremmo più fare a meno, questo banale concetto dovrebbe appartenere ormai a chiunque, ma ogni volta scopri che non è così. Ma a parte tutto questo, la cosa che veramente deprime è constatare come tanta gente non sappia provare stupore. Non sappia affascinarsi di fronte alla conoscenza. Alla bellezza della conoscenza. Per loro una fotografia dei dettagli della superficie di Plutone o del SUV appena uscito dall’autolavaggio scatenano le stesse emozioni. Vedere davanti a sé una pietra che proviene dalla luna, e che ha passato gli ultimi 4 miliardi di anni su un corpo extraterrestre, ha lo stesso fascino di un sasso raccolto ai giardini pubblici. Sapere che sappiamo fare esperimenti che ci mostrano come era l’universo 13 miliardi e mezzo di anni fa genera lo stesso interesse di una puntata di Oggi al Parlamento. Niente su cui valga la pena soffermarsi, niente su cui valga la pena provare interesse, per non dire meraviglia. Non cura le loro emorroidi, non aiuta la ricrescita dei capelli (perché se servisse a curare il cancro sarebbero comunque sospettosi, essendo probabilmente qualcosa di imposto da qualche multinazionale!) e quindi non serve. Che poi sia la finestra su un mondo che fino a ieri esisteva solo nell’immaginazione, e che pensavamo accessibile solo con la fantasia, per loro non è degno di interesse.

Eppure è proprio questo il vero motore della ricerca, la cosa che la rende fantastica: la conoscenza. La bellezza della conoscenza. Lo stupore di fronte a ciò che prima non si conosceva, e adesso si conosce. La scoperta che le nuove risposte sono sempre associate a nuove incognite, e quindi la necessità di porsi nuove domande prima non preventivate. A questa gente non interessa la conoscenza perché la conoscenza, apparenemente, non serve. E’ una cosa inutile.

In effetti la conoscenza è inutile, perché la specie umana continuerebbe a perpetuarsi anche senza le foto di Plutone o i pentaquark. Magari se qualcuno non avesse avuto il desiderio di conoscere come sono fatti gli oggetti piccoli inventando il microscopio ancora moriremmo di peste, ma la perpetuazione della specie, pur tra varie difficoltà, andrebbe avanti comunque, come va avanti per le gazzelle, le rane o le formiche, le cui conoscenze sono le stesse di quando si sono manifestate come specie viventi.

Eppure la capacità di fare cose inutili, anzi, l’esigenza di fare cose inutili, è forse la cosa che più di tutte ci distingue dagli altri esseri viventi e ci qualifica come umani. E scusate se vi sembra un aspetto marginale! Scusate se è poco! Qualunque altro essere vivente fa solo ciò che serve per vivere. Non perde tempo a fare l’inutile. Non è economico, per un essere vivente, spendere energie e risorse che non servano alla perpetuazione della specie. La gazzella non perde tempo a scalare il Kilimangiaro. I pesci non passano le notti con la testa fuori dell’acqua a guardare le stelle.

L’uomo invece a volte sente il bisogno di fare cose inutili. Inutili per quello che concerne la sua semplice esistenza. Meravigliosamente inutili, come dipingere un quadro, scrivere una poesia, o ingegnarsi per capire come può essere fatta una particella o un minuscolo pianeta distante 4 miliardi di chilometri, e sul quale certamente non andrà mai.

Dal punto di vista fisiologico potrebbe vivere ugualmente bene senza farlo. Il suo cuore continuerebbe a battere, i suoi reni a filtrare il sangue, le sue ossa a sostenerlo. Tuttavia è proprio grazie a questa nostra capacità, che a volte si trasforma in esigenza, di fare cose inutili, che abbiamo una Gioconda, una Divina Commedia, un Duomo di Firenze, i film di Kubrick, le poesie di Ungaretti, i riff di chitarra di Chuck Berry, le sinfonie di Beethoven, le canzoni dei Beatles e dei Led Zeppelin. E anche le foto dei sassi di Plutone. E se uno non riesce a stupirsi di fronte a quelle foto così meravigliosamente inutili, se le guarda e passa oltre e l’unica cosa che gli viene in mente è domandarsi a che cosa potranno mai servire, vuol dire che la regressione a subumano è già allo stato avanzato. E non si può che provare pena per lui.

PS. Per inciso la persona che ha fatto il commento virgolettato sulle missioni Apollo che ho riportato sopra è un noto attore. Una persona che deve il proprio successo all’insopprimibile passione che hanno gli umani verso l’inutile. Paradossale, vero? [Fonte]

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