Dedicato a tutti gli antifascisti che tramandano il ricordo di quello che è stato il nostro periodo più buio,  monito per quei giovani indottrinati da cattivi maestri che pensano che in fondo qualcosa di buono c’è stato.

UN PARROCO RACCONTA – Bannio Anzino, 30 marzo 1945. Caduti: Achille Titoli, Oreste Volpone

Dalla sede del presidio di Pieve Vergonte la Compagnia della brigata nera si porta, nelle prime ore del 30 marzo ’45, ad Anzino.

Ecco il racconto di don Eugenio Manini, parroco di Anzino.

«Erano le 6 del Venerdì Santo 30 marzo 1945: sento dei colpi di campana…. Impressionato apro la finestra per ricordare al sacrestano che nel Venerdì Santo non si suonano le campane, e vedo invece uscire dei soldati dal campanile, e vedo la mia casa circondata da soldati: comprendo tutto». «Aprire», «mi si grida», «aprire». «Apro la porta e ho subito la casa invasa da soldati. Vengo spinto nello studio e sottoposto ad acceso interrogatorio e schiaffeggiato ripetutamente finché cado stordito e non ci vedo più».

«Rialzatomi vengo condotto a calci nell’atrio della casa e là rimango appoggiato ad un tavolo in mezzo a due guardie. Chiedo il permesso di mettermi almeno le scarpe, ma una delle guardie con calma mi dice»: «Non è necessario reverendo, tanto avete pochi passi da fare…»; «Vedo allora la mia fine, la fucilazione e mi raccomando al Signore. Vengo cacciato malamente in cucina con due guardie al fianco e con questa sentenza»: «Avete un quarto d’ora di tempo». «Che fare? Nient’altro che pregare. Il quarto d’ora è ben lungo. Quegli sgherri sono i veri padroni della casa. Ogni locale visitato, ogni cassetto o armadio aperto e si impossessano di quanto fa loro comodo: denaro. Circa 20 mila lire, oggetti di argento, biancheria, lenzuola, maglieria e quanto è di loro gradimento, e finiscono per ubriacarsi tutti».

«Sono passate tre ore… lunghe, fredde, estenuanti… finalmente entra nella mia prigione il comandante alto, magro, prepotente che mi apostrofa con tanti insulti e volgarità e poi mi ordina di andare con loro al cimitero e disseppellire un loro commilitone. Dieci giorni prima è stato trovato ucciso sui monti un milite: il podestà lo ha fatto portare e seppellire in Anzino, nel nostro cimitero. Per fortuna trovo 4 uomini coraggiosi che si prestano per l’opera. Si è là tutti attorno a quella fossa che si deve aprire: un centinaio di militari, alcuni borghesi, presi in ostaggio; io sempre con le guardie, fra me e il comandante la fossa che si sta aprendo: intorno silenzio davvero sepolcrale. Quando la cassa è levata e la fossa è vuota, mi sento gridare»: «Ora il posto è preparato, scenda lei reverendo».… «In quel momento di silenzio uno dei militi grida»: «Bisogna fare le esequie»! «Mi sento rivivere. Con il loro permesso vado in chiesa a prendere cotta, stola, asperges: ritorno. Finite le esequie e scoperchiata la cassa fanno l’appello al morto, Adriano N. La cassa viene richiusa e mentre io ritorno in chiesa essi se ne vanno con il loro morto. Credendomi libero ritorno in casa ma subito due soldati vengono a prendermi e uno grida»: «Adesso lo uccidiamo».

«E gli Anziniesi? Il paese è tutto pieno di fumo di tre case alle quali hanno dato fuoco, ma la gente è tutta preoccupata per il suo parroco e chi piange, chi prega, chi porta galline, conigli, uova, burro, formaggio, purché non uccidano il loro prete. Anche quelli di Bannio si muovono e portano doni al Comandante tedesco di Pontegrande, il quale assicura»: «Lo salverò», «e si accinge a salire verso Anzino. Ed è allora che una donna più coraggiosa si avvicina a incoraggiarmi dicendomi che non mi avrebbero ucciso. E dire che è una di quelle donne cui hanno bruciato la casa e maltrattato la vecchia madre».

«Mentre si scende verso Pontegrande un tedesco viene incontro e dice al capo dei militi che il Comandante tedesco vuole interrogarmi e quindi di non toccarmi. Di fatto giunti a Pontegrande la brigata prosegue col morto ed io vengo trattenuto sullo stradale dal comandante tedesco che dopo alcune domande mi dice: andate pure. Sono le ore tredici del pomeriggio del Venerdì Santo 1945. Ritorna ancora la brigata nera ‘”Ravenna”, otto giorni dopo e mi viene a cercare di nuovo, ma io ho già cercato scampo a Novara presso il Vescovo. Ma non parte senza spargere sangue: uccide poco distante da casa sua un bravo giovane anzinese di 22 anni Achille Titoli. Allora Dio mi dà la forza per poter resistere, ma poi le forze mi vengono meno, mi ammalo e non mi sono ancora completamente ristabilito, ma spero che Dio tenga conto di tante mie pene e tribolazioni almeno per l’altra vita».

Sa. Eugenio Manini Parroco Primicerio.

L’assassinio di Achille Titoli, le torture di don Manini, il saccheggio, l’incendio di case di Anzino non placano i militi del cap. Raffaeli. La II^ compagnia del battaglione “‘Muti” rimane in zona, dà fuoco alle case di Parcinetto, una località nel comune di Bannio Anzino, dà la caccia e cattura Oreste Volpone di Bannio di 30 anni, partigiano garibaldino della compagnia garibaldina ‘”Redi”, padre di cinque bambini, lo trascina nei locali della scuola ove lo tortura e lo sevizia senza ottenere alcuna risposta alla richiesta di informazioni sui movimenti dei partigiani, infine, lo trascina ancora fino a Pontegrande e lo fucila contro il muro di una autorimessa. Quell’uomo era mio nonno.

[Via ANPI Novara]






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