C’è un libro che chiunque abbia a cuore il dibattito su hate speech,bullismo e gli altri problemi nella vita dei giovani relativi al digitale deve assolutamente leggere. È uscito in queste ore negli Stati Uniti, e lo ha scritto la ricercatrice dell’Università di Harvard danah boyd: ‘It’s complicated. The Social Lives of Networked Teens‘, il titolo. «Un tentativo di descrivere e spiegare le vite connesse dei ragazzi a persone che si preoccupano per loro – genitori, insegnanti, decisori, giornalisti, a volte perfino ai ragazzi stessi», scrive boyd, che per raccogliere il materiale su cui basare le sue conclusioni ha girato gli Stati Uniti dal 2005 al 2012, attraversando 18 Stati e intervistando 166 ragazzi – oltre ad osservarne le dinamiche online sui loro blog e social network.

Il volume, quasi 300 pagine di cui un centinaio tra appendice e note, va letto perché è una ricognizione chiara ed esaustiva della letteratura scientifica disponibile sul modo in cui i giovani si rapportano alle nuove tecnologie.

Perché relaziona ogni ragionamento a esempi concreti, evitando senza esitazioni – e seppellendole – le due opposte retoriche che vedono Internet come l’utopia che demolisce le disuguaglianze sociali e risolve magicamente tutti i problemi degli adolescenti o come, al rovescio, l’apocalisse che renderà tutti i nostri ragazzi stupidi, volgari, criminali, dipendenti (anche dalla rete stessa) e soprattutto esposti a ogni tipo di insondabile e imbattibile minaccia e abuso.

Perché, soprattutto, leggere il libro di boyd permette di affrontare concretamente meglio le sfide poste dal web sociale indipendentemente che si sia policy-maker (smettendo così di concepire inutili e dannose leggi per problemi fasulli), genitori (sorvegliare costantemente i ragazzi non serve), insegnanti (no, i «nativi digitali» non sanno tutto di Internet) o semplici cittadini che vogliano comprendere le reali dinamiche dell’ecosistema di informazione, potere e norme sociali in cui sempre più trascorrono e trascorreranno le loro vite.

Non che le sue conclusioni suonino particolarmente stravaganti o rivoluzionarie: anzi. È che ‘It’s complicated’ si chiama così proprio perché ha il merito di ridare risalto, fin dal titolo, alla complessità del rapportarsi di diversità di genere, etnia, di condizioni economiche, sociali e culturali fuori e dentro la rete. Dicendo chiaramente che la questione va molto oltre il suo semplice aspetto tecnologico: magari bastasse regolamentare Internet per migliorare le vite dei nostri giovani, e di conseguenza le nostre. Il punto è che non è così. Prima di tutto, «i ragazzi non sono dipendenti dai social media: sono dipendenti l’uno dall’altro». Non vogliono Facebook, ma la possibilità di rimanere in contatto con i loro amici che Facebook consente. Non vogliono scappare dalla realtà, ma proseguire a relazionarsi con i compagni di classe, per esempio, anche dopo l’orario di scuola. Vogliono socialità, non alienazione. Vogliono spazi pubblici di espressione e, dato che i tradizionali – dal centro commerciale al parco alla piazza – sono molto più regolati e controllati di prima, e dato che hanno vite sempre più piene, tempi sempre più contingentati, si riversano in rete. Dove possono relazionarsi anche mentre fanno tutt’altro, senza che le distanze importino. Reprimere questo spazio di espressione non risolverà i problemi, e lascerà in più insoddisfatto il loro bisogno di accettazione, confronto, sviluppo e rinforzo della propria identità tramite quella altrui, e più semplicemente il loro sacrosanto diritto di sfogarsi ed essere adolescenti.

Ancora, non è vero che vogliano socialità e condivisione a ogni costo. «Nonostante tanti adulti pensino il contrario, la partecipazione dei ragazzi alla vita pubblica attraverso i social media non è un rigetto della privacy», scrive boyd, confermando sostanzialmente i risultati ottenuti da Antonio Casilli e dai suoi colleghi – raccontati da Wired. All’opposto: i ragazzi sviluppano «strategie innovative» per mantenere la loro riservatezza negli «spazi connessi». Per esempio, cifrano in modo creativo i loro messaggi pubblici condividendo una grammatica segreta per nascondervi comunicazioni private. È che gli spazi connessi, qui stanno le preoccupazioni degli adulti, sono visibili come non mai. Ma è una visibilità che può essere sfruttata in senso positivo. Per analizzare i problemi, comprenderli, ascoltare grida d’aiuto prima che si tramutino in gesti estremi. boyd lo spiega con un passaggio – riferito agli States, ma altrettanto valido in patria – che andrebbe mandato a memoria: «Come società, dobbiamo usare la visibilità cui abbiamo accesso grazie ai social media per comprendere come le faglie sociali e culturali che organizzano la vita dei cittadini statunitensi influenzino i giovani. E dobbiamo farlo così da intervenire in modi che aiutino davvero i giovani che stanno soffrendo».

La paura, il «panico morale», è la reazione sbagliata. Perché si lega alla repressione, al soffocamento. A eccessi di proibizionismo e protezionismo che possono diventare un impedimento nello sviluppo del senso di responsabilità e autonomia degli adolescenti che vogliamo proteggere. Tanto più che la storia ha già testimoniato ripetutamente queste forme di panico collettivo di fronte a innovazioni tecnologiche. Quando fu introdotta la macchina da cucire, ricorda la ricercatrice, si disse che il movimento della gamba avrebbe finito per influenzare la sessualità femminile; alla nascita del walkman fu associata l’idea di uno strumento del demonio che avrebbe finito per portare i giovani in un mondo parallelo, suscitando incomunicabilità con l’altro. I fumetti e la musica rock avrebbero dovuto condurre gli adolescenti sulla strada della criminalità, e i romanzi corrompere la moralità delle donne. Ora sono accuse ridicole, dice boyd, ma all’epoca erano prese sul serio. Ulteriore conseguenza negativa, il prodursi delle opposte retoriche di utopia e distopia dei cui danni si è già detto. «La paura non è la soluzione», conclude boyd: «lo è l’empatia».

Il punto semmai è aiutare i giovani a districarsi nella selva di impostazioni della privacy, pressioni e scandalismi mediatici, sorveglianza di Stato e genitori, condizioni culturali e sociali di accesso e consapevolezza di uso del mezzo esponenzialmente complicata dai ‘networked publics’, i «pubblici connessi» che abitano intersecando continuamente esperienze online e offline. Peché «i giovani lottano per dare senso alla propria identità», cercando di capire «come questa si integri nella società in un ambiente in cui i contesti sono connessi e collassano l’uno sull’altro, i pubblici sono invisibili e qualunque cosa dicano o facciano può essere facilmente estrapolata dal contesto». Sono le stesse battaglie degli adulti, scrive boyd, «ma sotto costante scrutinio e senza un’idea chiara di chi siano». Insomma, i ragazzi sono nel mezzo di un vero e proprio «labirinto culturale». E finora chi avrebbe dovuto guidarli ha smarrito la strada come se non più di loro.

Difficile elaborare una critica articolata a un testo che smonta – correttamente – la bolla mediatica della rete che aumenta gli abusi su minorenni argomentando, al contrario, che «le molestie a sfondo sessuale non sono cominciate con Internet, né pare che Internet ne abbia diffuso un’epidemia. Le molestie sessuali cominciate in rete sono rare. Il numero totale di crimini contro minori a sfondo sessuale è costantemente diminuito dal 1992 a oggi». Che esiste il fenomeno, minoritario ma largamente ignorato, dell’«autolesionismo digitale» – essendo dunque il molestatore il molestato – per «attirare attenzione, supporto e conferme». Che «i social media non hanno mutato radicalmente le dinamiche del bullismo, ma hanno reso queste dinamiche più visibili a più persone». E che quindi «dobbiamo usare questa visibilità non per giustificare maggiori punizioni, ma per aiutare i giovani che stanno davvero chiedendo attenzione. Incolpare la tecnologia o assumere che i conflitti spariranno minimizzando l’uso della tecnologia è ingenuo».

Insomma, «la mera esistenza di una nuova tecnologia non crea né magicamente risolve i problemi culturali. A dire il vero, la loro creazione tipicamente rinforza le divisioni sociali esistenti». Ed è quello di boyd il punto di partenza da cui elaborare strategie corrette per aiutare i giovani a sfruttare le opportunità di Internet minimizzandone le controindicazioni: adottare un metodo il più possibile argomentativo e sperimentale, osservare dinamiche reali, distinguere i singoli effetti delle singole tecnologie nei singoli contesti, e trarre conclusioni adeguate ai risultati ottenuti – senza produrre ogni volta affermazioni sul senso dell’esistenza che, tolto il fascino del grandioso e dell’ultimativo, sono inutili per affrontare i veri problemi sollevati dalla diffusione di massa dei social media. E anzi, come ammonisce boyd, possono portare ad adottare misure sulla libera espressione, l’educazione, le politiche sociali semplicemente e irrimediabilmente errate.

[Fonte]

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