Se, collegandoti a internet, non hai mai guardato immagini o video riguardanti gatti, non li hai mai inviati o ricevuti, collezionati su instagram o ritwittati, due cose devi sapere: la prima è che faresti meglio a non leggere questo articolo, la seconda è che stai mentendo. E’ semplice statistica: il tre per cento dei contenuti della rete ha per argomento un gatto. In vent’anni, dal 1995 a oggi, i gatti hanno conquistato il web. E questo è proprio il titolo (“How cats took over the Internet”) di una mostra al MoMI (Museum of Moving Image) di New York. Ci sono andato con tutte le perplessità del caso. Pur amando i gatti, avendone e avendone avuti, essendo destinatario di ogni sorta di produzione sul tema (dai quaderni alle cravatte) mi rendo conto che deve pur esistere un limite e la soglia di un museo si prestava per rappresentarlo. Così mi sono scetticamente avviato verso il Queens, sono sceso alla fermata della metropolitana di una strada intitolata ai pianoforti Steinway ripetendomi che quelli sì, andavano esposti all’ammirazione del pubblico. Poi sono entrato alla mostra. Il museo è la solita scatola bianca che le archistar posano su ogni contesto, dal lungotevere al deserto degli emirati. Oltre l’ingresso ho svoltato attratto da un temporale di risate. C’era una tribuna affollata di pubblico, quasi tutti erano adulti. Mi sono girato e sullo schermo c’erano gatti. Ai più insistenti tra quelli che mi bombardano quotidianamente con allegati dei loro felini ho minacciato: “Spediscimene ancora quando il tuo gatto lancerà coltelli, e con maestria”. Ebbene, è possibile.

Nella sequenza di mezz’ora ho visto cose che noi umani non sappiamo fare: un gatto che non solo mette il disco sul piatto, ma ci gira insieme, un altro che srotola e riarrotola perfettamente la carta igienica, uno (Henri l’esistenzialista) che pensa come Sartre ma con più ironia, un altro ancora che implora cibo come un bambino, ma con più grazia. Gatti che suonano, gatti nelle canzoni, gatti che fanno yoga, gatti venerati come guru. Sarà anche vero, come si scopre nella sala seguente, che il primo caso di creazione di un immaginario felino risale al 1894 ed è opera di Thomas Edison, che mise su pellicola due gatti pugili, ma niente faceva presagire il diluvio che si sarebbe scatenato un secolo più tardi. Novantadue milioni di fotografie su instagram, centinaia di migliaia di video su YouTube e la vittoria nel duello sui cani, perfino spiegata scientificamente dal Jason Eppink, il trentunenne curatore della mostra (allergico al pelo di gatto): “Una ricerca neozelandese sostiene che mentre i cani, animali da lavoro, sono imbarazzati davanti alla telecamera i gatti, cacciatori, non se ne curano e agiscono spontaneamente”. E allora guardando gatti guardiamo gli altri, li riconosciamo per quello che, da umani, non mostrano di se stessi. Cerchiamo, come spesso, una rivelazione, un segno, qualcosa che la sovrastruttura sociale ha imposto di nascondere trovandoci consenzienti. Il gatto è istinto, l’uomo adeguamento. Al gatto demandiamo una piccola forma di liberazione, la possibilità di un atto imprevedibile, fuori dagli schemi, perfino rivoluzionario, prima che la ricreazione finisca. E’ significativo, almeno quanto è triste, che nella sezione di Buzzfeed intitolata “Bored at work” (annoiati al lavoro), creata allo scopo di fornire brevi video per distrarsi, il record di contenuti riguardi gatti che si esibiscono nelle attività meno consone e più strampalate. Al punto da aver generato nei loro umani la sindrome del domatore, obbediente alla peggiore delle tentazioni: fare soldi grazie a loro, come accaduto a chi crede di possedere Grumpy Cat o altri esemplari divenuti famosi.

Resta una domanda, poiché si sta parlando in una mostra in un museo di New York e a Parigi ha appena chiuso una rassegna di fotografie di gatti: questa è davvero cultura? Le possibili risposte sono due. La prima è quella dello scrittore Mario Vargas Llosa, che dà il titolo alla sua ultima raccolta di saggi: la cultura è morta (uccisa dallo spettacolo, dal tecno-intrattenimento e, va da sé, dal capitalismo). La seconda è più articolata, come i piani del MoMI: a uno si trova una mostra sul cinema, all’altro una sulla serie televisiva Mad Men, all’altro ancora quella sui gatti e internet. Ovvero, la cultura è (stata) arte, poi produzione, infine semplice fenomenologia. Oppure, citando la notevole chiusa della recensione a Vargas Llosa sul supplemento librario del New York Times: “Cultura è come passiamo il tempo tra un’ipocrisia e l’altra”. Anche guardando un gatto. [Fonte]

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