A chi fosse tornato ora da Marte e si interessa ai giochi per console sarà probabilmente sfuggito l’ultimo titolo della Quantic Dream: Heavy Rain. In esclusiva per PS3.

Brevemente la trama (da Wikipedia): “Anno 2011. Una città della costa orientale degli Stati Uniti è terrorizzata dall’assassino dell’origami, le cui vittime vengono ritrovate annegate quattro giorni dopo la loro scomparsa. Solo due sono gli indizi: un origami e un’orchidea, ritrovati sui cadaveri delle vittime.La popolazione è in preda all’angoscia e al panico. Le autorità brancolano nel buio. E, ora, un’altra potenziale vittima è scomparsa: Shaun Mars. Mentre le lancette scandiscono inesorabili il passare del tempo, quattro persone vengono coinvolte nelle indagini, ognuna di loro su un percorso diverso alla disperata ricerca di Shaun. Ciascuno sa qual è il prezzo da pagare se non riuscirà a trovarlo in tempo. E, presto, tutti saranno costretti a chiedersi fino a dove saranno disposti a spingersi per salvare il bambino…”

Ora non mi soffermerò su questioni ampiamente affrontate da siti più competenti del mio ma su quello che forse è l’elemento che rende un gioco tale: la giocabilità per l’appunto. Qui cominciano gli scricchiolii.

Per capire quanto sia involuto questo compartimento alla Quantic Dream dobbiamo tornare ai tempi del loro penultimo titolo: Fahrenheit. Per molti versi la trama è somigliante a Heavy Rain. Lo stile delle inquadrature multiple, il carattere dei personaggi, qualche particolare della storia ed altri elementi strizzano l’occhio in più di un’occasione. Ma mentre nel primo il gioco progrediva con il gusto della ricerca, della scoperta sul ragionamento nel classico stile delle (quasi) adventure, in Heavy Rain tutto si riduce a far girare a caso un personaggio in attesa che si evidenzi qualche elemento nell’interfaccia che ci faccia capire che li c’è qualcosa di fondamentale per il proseguimento della storia: insomma se non siamo vicini ad un laser game più curato di Space Ace poco ci manca. In molte situazioni le mosse si limitano, spesso se non del tutto, ad una pressione in sequenza dei tasti del pad e non sempre se questa sequenza la sbagliamo succede qualcosa di irreparabile…anzi. La storia è di una linearità tale che nemmeno il cambio di ben 4 personaggi riesce a movimentare. Scene alternative? Si ma alla fine quasi tutte si raccordano. Dunque chi parla di capolavoro forse intende qualcosa di diverso rispetto ad un videogioco: qui siamo agli antipodi.

Cosa c’è di buono:

– Viso dei personaggi ultra-dettagliato ma non è una novità (Uncharted 2)
– Colonna sonora stile “Se7en”
– Longevità
– Coinvolgente…ma come guardando un film!

Cosa non va:

– Alla fine…è un laser-game
– Controlli limitati, locations grandi ma con barriere invisibili
– Incertezze del motore grafico
– Scarsa grafica di alcune ambientazioni (come per Fahrenheit)
Vsync disattivato ed effetto tearing praticamente sempre presente
– Storia lineare e a tratti noiosa
– Effetto pioggia non particolarmente curato (vedi Gears of War o Bioshock)

Volete enigmi, livelli intricati e divertenti? Little Big Planet docet.

Volete qualcosa di più adrenalinico, più divertente, enormi locations da esplorare liberamente ? Optate per Uncharted 2.

Il sito ufficiale del gioco è qui!

 

 

Commenta l'articolo

commenti

Pin It on Pinterest

Share This