Il 6 Aprile 2009 alle ore 3:32, dopo diversi mesi di lievi scosse localizzate e percepite in tutta la zona dell’aquilano, L’Aquila è colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 della scala Richter. Il bilancio finale è di 308 vittime ed oltre 1.500 feriti e la quasi totale evacuazione della città con 65.000 sfollati. Sulla pelle di queste persone sia vive che morte si è consumato il più grande inganno che un Paese democratico ricordi. Della verità su quello che è accaduto intorno alla tragedia de L’Aquila rimane un brandello di intercettazione tra Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi.

  “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”, “Lo so” (ride), “Per carità, poveracci”, “Vabbuò”, “Io stamattina ridevo alle tre e mezza dentro al letto”.

La macchina del grande inganno è già in moto da diversi giorni. Nel periodo antecedente al terremoto del 6 Aprile si mette in moto una della più grandi opere di disinformazione dal dopoguerra: lanci Ansa bloccati, notizie censurate, popolazione ridotta all’impotenza civile, telegiornali di “regime” rassicuranti. La popolazione è tranquillizzata da notizie che stimano come passeggere e non preoccupanti il susseguirsi di scosse sismiche sempre più intense, sempre più frequenti. Tra coloro che partecipano attivamente a queste attività di convincimento ci sono personaggi che si occuperanno di costruire quella che in futuro sarà chiamata la NewTown e il progetto C.A.S.E.

Poco dopo le fatidiche 3:32 si vedono transitare ad Antrodoco decine di mezzi della protezione civile che, spuntati dal nulla come funghi, si dirigono verso L’Aquila passando per la SS17. Il tempismo è straordinario. La macchina del grande inganno comincia ad andare su di giri. Degli aquilani si è detto di cosa mai si sarebbero dovuti lamentare giacché molti (per carità non tutti) avrebbero riavuto un tetto sotto di cui dormire, anziché una tenda, in pochi mesi. Ma questo è il risultato della macchina del grande inganno: a L’Aquila si è lavorato per gli aquilani. Milioni di euro sono stati investiti in costruzioni che sono costate (con i nostri soldi) 10 volte un ragionevole prezzo di un qualsiasi prefabbricato antisismico. Si è scritto per fare prima possibile, si legge in deroga a tutto. Agli aquilani che volevano (con i propri soldi) rimettere in sicurezza abitazioni parzialmente agibili è stato impedito di farlo perché doveva nascere il progetto C.A.S.E. e cioè il sistema abitativo promosso dal Governo di Silvio Berlusconi per la ricostruzione de L’Aquila. Alla fine (?) costerà 815 milioni di euro. Ecco allora che invece di ristrutturare i palazzi recuperabili, le istituzioni decidono di costruire 19 new town, ovvero dei complessi abitativi costruiti ex novo in cui alloggiare più di 13.000 abitanti. Il Fatto Quotidiano ci svela:  “non si sta parlando delle case concesse in comodato d’uso, quindi non modificabili dagli abitanti nemmeno per gli interventi più basilari: su questa clausola, forse a malincuore, gli aquilani non sollevano nessuna protesta. Sono invece le limitazioni alle libertà personali a preoccupare fortemente la popolazione.

Gli inquilini del Progetto C.A.S.E., infatti, subiscono il divieto di allontanamento dai propri appartamenti, come se si abitasse in un vero e proprio ghetto. A quanto emerge dall’inchiesta de Il Fatto, bastano 8 giorni d’assenza per perdere i diritti abitativi, così come la mancanza di un membro della famiglia per più di tre mesi comporta il trasferimento coatto in un’abitazione più piccola. Questo significa, ad esempio, l’impossibilità dei giovani di allontanarsi dal tetto famigliare per brevi motivi di studio, perché ciò comporterebbe la perdita dell’appartamento per tutta la famiglia.” Le new town, poi, sono distanti parecchi chilometri da servizi essenziali al cittadino, così come ai luoghi d’aggregazione. A farne le spese sarebbero soprattutto gli anziani che, di fatto, non hanno più alternative se non quella di passare le 24 ore della giornata chiusi in casa.

Le interviste, raccolte fra la popolazione aquilana, dimostrano come questo dissenso sia tutt’altro che un pretesto politico per attaccare la maggioranza. Si tratta di un vero e proprio grido d’allarme per una modalità di vita ormai divenuta insostenibile. È lecito che, pur avendo un tetto sopra la testa, più di 13.000 persone siano soggette a così tante limitazioni alla libertà fondamentali dell’uomo? Quando viene impedito anche il diritto di circolare liberamente, allontanarsi per una breve vacanza, raggiungere una zona limitrofa per un po’ di ristoro, ci si deve chiedere se le istituzioni non abbiano fallito il loro intento di riportare L’Aquila alla normalità.”

L’inganno è stato il convincere la popolazione italiana che l’interesse primario di questi investimenti fosse la rinascita de L’Aquila. In realtà è stata un’immensa fonte di guadagno, con i nostri soldi, per la cricca dei soliti noti. Di recente ho visto “Draquila” della Guzzanti. Il documentario, che consiglio a tutti di vedere è basato semplicemente sul racconto dei fatti e finisce con una battuta pronunciata dal professor Ferdinando Taviani che vi linko da YouTube.






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