In questi giorni leggo con molto interesse le notizie sulla questione “datagate”, ovverosia le intercettazioni di massa autorizzate dal Goveno USA (ma il “nostro” Mario Monti più o meno ha fatto altrettanto) dei cittadini americani ad opera dei servizi segreti nazionali. Molti si sono chiesti come sia stato possibile intercettare milioni di persone contemporaneamente, magari perché nell’immaginario collettivo ci si aspetta di vedere una scena simile a quella della copertina di questo post (tratta dal film “Le vite degli altri”). In realtà il tutto è stato affidato ad algoritmi d’elaborazione di potenti computer che hanno “scelto” le parole chiave contenute sia in conversazioni telefoniche che email o pubblicazioni online (Twitter, Facebook, Blog, ecc.). Alla fine la maggior parte dei giornalisti ha chiosato con il solito refrain della violazione del diritto delle persone alla privacy e mancato rispetto del diritto alla libertà d’espressione. Francamente a questo tipo di conclusione ci sarebbe arrivata persino mia nonna che non sapeva nulla di tecnologia. La realtà è che questo “status-quo” in cui viviamo è il risultato di due fattori: mancata vigilanza sulle nuove tecnologie e l’ignoranza di fondo di chi, appunto, non conosce come funzionano gli attuali mezzi di comunicazione.

siriC’è una tecnologia che ha comunque facilitato il lavoro di recupero delle informazioni: il “clouding” ovverosia il delocalizzamento, ad esempio, dei nostri account (email, rubriche telefoniche, password…) su server esterni ed in grado di migliorare l’aggiornamento e quindi la raggiungibilità delle informazioni su tutti i dispositivi collegati al nostro nominativo.  La domanda che dobbiamo farci è: non avremmo per caso sottovalutato quel cliccare su “accetta e continua” tutte le volte che abbiamo voluto (non dovuto) attivare quelle funzioni di geolocalizzazione, sms gratuiti, caricamento della rubrica di telefono su Skype (o iCloud ad esempio), sincronizzazione delle password su tutti i nostri computer? Forse la colpa è anche nostra che abbiamo preferito o ignorato bellamente che dietro quell’impagabile servizio che ci gestisce la nostra vita sociale “in sync” con il resto del mondo c’era e c’è un rovescio della medaglia potenzialmente molto pericoloso?

Certo il passaggio che va dal condividere le proprie informazioni e renderle di fatto “pubbliche” o alla portata degli “spioni” non è automatico, almeno non dovrebbe esserlo. Ma partiamo dal presupposto che illegali o legali che siano questo tipo di intercettazioni (delle nostre email, telefonate, messaggi twitter, pagine Facebook) sono realizzabili perché per primi noi abbiamo dato il “la” alle operazioni. Il consiglio non è di opporsi a questa tecnologia e tornare alla vita che si faceva 30 anni fa ma di decidere cosa sia veramente importante o necessario da condividere al di fuori della nostra rete e mettere a disposizione con la premessa che tutto ciò che è online è di fatto recuperabile da terzi.

Vigilare e sapere le conseguenze di quel che si fa è il primo principio da attuare in un Paese che vuole essere libero. Forse non lo stiamo facendo abbastanza. Di leggere o rileggere  libri come 1984 di Orwell non dovremmo mai stancarci.






 

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