Tetti di cemento armato costruiti su muri in pietra, non in grado di sostenerne il peso. Anche ad Accumoli, come era già successo in Abruzzo, esplode la polemica sulla validità delle norme antisismiche del passato, indicate tra le cause dei danni prodotti dal terremoto. “Questo è un paese nato nell’800 con case fatte di terra e sassi – denuncia Antonio, abitante di Accumoli che la notte del 23 agosto ha perso tutto, casa e parenti -. Quando ci fu il terremoto nell’86 la Regione ha finanziato i lavori dando permessi per fare i tetti in cemento armato.

Una direttiva che fu poi revocata ma ormai il danno era fatto”. In caso di terremoto, infatti, il tetto in cemento armato oscilla in un blocco unico, gravando sulla struttura sottostante che, se fatta di sassi, finisce per non reggerne il peso. “Quanti tetti di cemento armato sono stati fatti pesare sui muri di pietra?”, si chiede Antonio indicando le case crollate intorno a lui come a dire: “la risposta è sotto i vostri occhi” (Fonte: Ansa)

Qualche tempo fa è stato pubblicato un articolo davvero illuminante su TAFETR JOURNAL dal titolo “Il costruito italiano: tipologie, problematiche, interventi pre e post sisma” e che qui vi riporto in parte ma che invito tutti a leggere nella sua interezza. Il link lo trovate qui in fondo.

In particolare, al contrario di quanto accade in edifici con telaio di cemento armato o acciaio, gli edifici di muratura ordinaria raramente hanno subito collassi completi durante i sismi italiani. Molto più frequenti sono i meccanismi locali di collasso che, se la muratura è opportunamente ingranata, mostrano collassi per perdita di equilibrio. Il ribaltamento delle facciate costituisce una delle conseguenze più pericolose di un terremoto in Italia. La Figura 4 mostra un caso emblematico nel quale le pareti portanti, pur con rotture significative, non hanno subito il collasso, mentre sono completamente collassate le pareti ortogonali; la presenza di una catena di collegamento, visibile sia in facciata che nella vista (a) appena sotto la trave, ha contribuito, insieme al solaio di copertura a legare le due pareti, non potendo però nulla rispetto all’effetto del moto ortogonale alle altre due pareti.

 

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Infatti, mentre le azioni nel piano della muratura provocano danneggiamenti per azioni di taglio (le classiche rotture a X, vedi Figura 5) che sono contrastate da una resistenza per materiale e forma della parete, le azioni perpendicolari al piano incontrano minore resistenza, soprattutto nel caso di murature, sia in pietra che in laterizio, scarsamente ingranate e/o legate anche per qualità ed invecchiamento delle malte. Si verificano pertanto meccanismi locali di rottura nelle pareti murarie prevalentemente per azioni perpendicolari al loro piano e, nel caso di sistemi ad arco, anche per azioni nel piano. Le conseguenze di un collasso fuori del piano sono in genere più pericolose di quelle associate a una crisi nel piano, poiché comportano la perdita di capacità portante.

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Gli edifici con struttura in cemento armato caratterizzano il patrimonio costruttivo italiano degli ultimi 50 anni e sono diffusi su tutto il territorio nazionale anche nei piccoli centri. A seconda della localizzazione dell’edificio e del periodo di costruzione, questo potrà essere stato costruito in ottemperanza a norme sismiche all’epoca vigenti, che, nel tempo, hanno migliorato il grado di analisi e diminuito la vulnerabilità degli edifici stessi. Come già evidenziato, l’evoluzione della valutazione della pericolosità sismica delle zone del territorio italiano negli anni può comportare, per edifici non recenti, il rischio di essere soggetti ad una azione sismica più alta di quanto atteso in fase di progettazione. Nel caso del terremoto dell’Aquila, l’analisi dei danneggiamenti ha evidenziato (Oliveto et al., 2011) la elevata vulnerabilità sismica degli edifici colpiti, nonostante le azioni sismiche associate alle registrazioni più significative per l’area centrale dell’Aquila siano risultate confrontabili con quelle previste per la zona dalle normative che dovevano applicarsi all’epoca di costruzione. Le carenze che hanno maggiormente influenzato la risposta sismica degli edifici e che possono essere prese a riferimento per l’analisi di altre situazioni, sono state individuate in:
– configurazione della struttura inadeguata all’articolazione dell’edificio;
– disposizione degli elementi non strutturali inadeguata alle caratteristiche della struttura (piano “soffice”);
– presenza di telai in una sola direzione;
– presenza di travi “forti” e pilastri “deboli”;
– presenza di pilastri tozzi;
– particolari costruttivi inadeguati: staffatura di pilastri e nodi, lunghezza di ancoraggio e sovrapposizione delle armature;
– insufficiente qualità del calcestruzzo, sia in termini di resistenza sia in termini di getto (ad es.: segregazione, giunti, effetto di capillarità);
– elementi non strutturali a rischio di collasso, anche solo locale.

Un’altra caratteristica atta ad indebolire la resistenza al sisma di un edificio è la presenza di un piano aperto o debole, quale si configura nel caso di piani pilotis di piano terra. Tali condizioni si verificano sia in progettazione che successivamente, per nuove esigenze funzionali e ristrutturazioni successive. In questi casi è molto importante analizzare le modifiche architettoniche che si eseguono non solo in termini strutturali di resistenza ai carichi verticali, ma anche e soprattutto di un doppio effetto, di spostamento delle masse e di indebolimento della resistenza trasversale per assenza, parziale o totale, di tamponature. L’assenza dei pannelli di tamponamento al piano terra è stata causa di molti collassi in occasione di diversi eventi sismici negli ultimi 40 anni (San Salvador 1986, Atene 1999, L’Aquila 2009). La Figura 9 mostra un caso verificatosi in occasione del terremoto de L’Aquila del 2009 per il quale è evidente come la presenza di un piano aperto abbia costituito l’elemento di debolezza della struttura con conseguente crollo dell’ala da questo sostenuto e il collasso della tamponatura al medesimo livello nel blocco contiguo, con danni pressoché irrilevanti nel resto dell’edificio sia ai piani bassi che ai piani superiori. Effetto analogo si è avuto nell’edificio di Figura 10 per il piano terra.

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Effetto negativo può essere provocato anche dalla presenza di pilastri “tozzi”, ovvero di pilastri aventi una lunghezza libera di inflessione ridotta dalla presenza di tamponatura solo per una fascia (vedi Figura 11); la presenza di tamponatura per una altezza limitata opera da contrasto dove è presente, sottoponendo a sforzi di taglio concentrati nel breve tratto libero il pilastro, in genere non verificato né armato per tale tipo di sollecitazione.

La capacità che una struttura possiede per opporsi in maniera soddisfacente ai terremoti molto violenti dipende in modo determinante dalla scelta di un’appropriata morfologia architettonica e dall’ efficienza della conseguente configurazione del sistema resistente.

Il patrimonio costruttivo italiano è molto variegato e richiede una particolare attenzione, soprattutto con riferimento all’edilizia meno recente.

Gli interventi finalizzati al miglioramento della risposta sismica degli edifici richiedono una analisi non esclusivamente strutturale e coinvolgono diversi aspetti dell’edificio stesso. Elementi non strutturali quali la distribuzione dei vuoti e dei pieni e delle tamponature modificano, anche sostanzialmente, il comportamento dell’edificio rispetto a quello della struttura nuda.

Le normative e la scienza hanno fatto molti passi avanti per migliorare il livello di tutela con tipologie di interventi meno invasivi del passato, dei quali si sono dati solo alcuni accenni in questa sede. (Fonte: Tafter Journal)


 



 

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